Visualizzazione post con etichetta domande mal poste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta domande mal poste. Mostra tutti i post

sabato 25 settembre 2010

Ma déception amoureuse c'est moi

il contenuto del post precedente risale allo scorso anno.
mi riconosco in parte in quello che ho scritto. mi ci riconosco strutturalmente, ma poi le circostanze variano.
ora sono decisamente paratattico.

qualcuno mi ha consigliato di scrivere a me stesso quel che vorrei scrivere a te. ma scriversi addosso non dà la stessa soddisfazione. e guarda che stavolta non si tratta di insulti, anzi.
però è giusto. se pensi che alla fine la memoria è fatta apposta. apposta per dimenticare, intendo. e non è un paradosso, è qualcosa che ha un significato ben preciso, ma che ora non mi va di spiegare. ora e mai più. basta un po' di intelligenza per capire. e il mio lettore medio ne ha, d'intelligenza. altrimenti ci si stanca, a seguire un cane come me.

lunedì 23 agosto 2010

L'atto sessuale nell'epoca della sua riproducibilità tecnica

ci sono persone suscettibili di uscire dal proprio corpo per rientrarci subito dopo in qualità di ospiti. è una specie di metemsomatosi allo specchio, che qualcuno giustamente definisce narcisismo. ma non sia mai che in questa sede ci si occupi di psicanalisi.
qui è da sempre l'angolo della sconfessione, delle excusationes non petitae e soprattutto dei tarallucci, del pane, del vino, del salame di cesare e di quello di dio. e se "cesare" è verosimilmente il nome di un pizzicagnolo, "dio" fu quello di una rockstar ma starebbe bene anche addosso ad un pornodivo.
torniamo a noi, per modo di dire. qui è il bingo dell'autoespropriazione, l'ultimo baluardo di un linguaggio delle tre carte che da millenni oramai sta passando di moda. e oggi qui c'è in atto un processo senza giudici e senza avvocati, con l'imputato che giace in nessun posto in posizione fetale.
il lupo stregoniere, il civettuolo delle notti di mezzaluna, il coniglio mannaro, ladro di minuscole ore vacue, sembrava aver compiuto un altro dei suoi colpi nefasti, salvo che (anzi: proprio perché) sul più bello, quando già stringeva il sacco tra le fauci e aguzzava le iridi gialle nel buio per rinfilare il passo verso il rifugio, l'hanno rincorso i metronotte e gli hanno sparato addosso colpi di sale, cagionandogli certe piaghe così dolorose che a metterci il dito dentro non fa alcuna differenza. e ora si lecca le ferite con gran godimento autocannibalistico, e con una palla da bowling appesa alla perla nera che per grazia divina si ritrova al posto del cuore.
poiché, una volta rientrato al nascondiglio, alla tana, apre il sacco e ci trova dentro forse ceci, forse soldi di cioccolato, residuo stantio di una vecchissima calza della befana, o forse niente di niente.

da wikipedia:

Una particolare forma di narcisismo è quella legata alle nuove tecnologie, ed al web, viene definita narcisismo digitale simile per certi aspetti all'egosurfing, che si caratterizzerebbe per uno smoderato culto della personalità, dell'apparire e di esibirsi sul web con i propri scritti, foto, video e messaggi; complici le applicazioni web 2.0 che consentono a qualsiasi utente di creare contenuti autoprodotti con estrema facilità. Per alcuni autori, come Andrew Keen (nel suo libro The Cult of the Amateur) il web partecipativo fatto di blog, video-audio-foto sharing (autoprodotti), twitter, mashupfacilita la creazione di prodotti autoreferenziali, autocitazioni che vanno a gratificare appunto il narcisismo digitale. Il narcisismo individuale si connette spesso a quello culturale, Jean Baudrillard, così in una società consumata l'individuo tende a fuggire verso una consumazione della propria immagine, con forme di negazione dell'alterità affogondola in compiacimenti autoreferenziali. Questa definizione mi sembra affine con quella di Postmoderno, dove come Baudrillard, occorre che questa imago sia venduta per essere contentuto a rischio di patologie, mentre la scrittura narcisistica, può essere "scoperta" e quindi può essere recuperata come riparazione di ferite, di danni subiti, di oltraggi vissuti nel mondo reale dalle persone - dona attraverso questa piccola esposizione portatile, un'esperienza psicologica affine ad un prodotto diaristico in cui il soggetto può ritrattare, superare, riparare i traumi senza che questo debba divenire un prodotto feticistico: restituisce la ferita narcisistica al quadro della rielaborazione propria e creativa.

martedì 22 settembre 2009

Nuxi budra

insonnia è pari un'ambulanza vuota che impazza attraverso la città deserta, di notte fonda, quando del sole nemmeno l'ombra.
con le case senza nessuno dentro, solo luci accese senza nessuno.
e le strade fradice a specchio, a specchio di niente, perché non c'è occhio che veda, non c'è cuore che dolga. nessuno che stia male.
è quando sei in mezzo ad un campo di pallone e sei stanco, e fai ruotare gli avambracci uno attorno all'altro per far capire alla panchina che basta, sei stanco, e vuoi uscire, chiedi il cambio, non ti va più di giocare. ma nessuno se ne fotte, e continuano a passarti la palla, e devi partecipare, devi fare l'azione, devi farla fare, non te ne puoi liberare.
tale e quale partire senza biglietto in tasca per un viaggio lungo una vita, col terrore perpetuo che alla prossima salga il controllore. e che magari salga in borghese, vestito anzi da suora, e da un momento all'altro "tac", e ti fa schioccare il tesserino sotto al naso. e invece lui non sale mai, e tu non scendi, e il terrore sta giusto lì, in mezzo tra te e lui.
insonnia è un bicchiere sul comodino con dentro mezzo bicchiere d'acqua di ieri: sì, un bicchiere con dentro mezzo bicchiere, e allora? perché altrimenti spiegatemi voi come si fa ad avere sul comodino mezzo bicchiere d'acqua punto e basta. i mezzi bicchieri non li fanno più, sono usciti fuori produzione, oggigiorno fanno solo i bicchieri, mi sembra. e correggetemi, se avete il coraggio.
spiccicato quando scendi le scale e ti ritrovi al piano di sopra, e se anche volessi tornare indietro per forza di cose devi scendere di nuovo, e così via fino a che di grazia scivoli su un lego da quattro pìroli per due, e capitomboli nemmeno tu sai dove, ma quello che è certo è che hai cambiato sogno. che è facile come cambiare canale, salvo che il telecomando ce l'ha in mano un altro, un altro che non vedrai mai, perché ti sta negli occhi.
e nell'altro sogno non riesci a capire bene che cosa sei diventato, sai solo che sei appena sveglio e ti fa male la schiena manco t'avessero pestato la notte intera, e non ti ricordi più cosa devi fare. non ti ricordi nemmeno che non l'hai mai saputo, cosa dovevi fare. e forse è meglio così, che non te lo ricordi, così almeno ti resta l'illusione che una volta lo sapevi, e puoi sempre raccontare a qualcuno che non è colpa tua, e che semplicemente te lo sei dimenticato.
proprio come.
e ti viene in testa un'equazione semplice, tanto semplice che se ti fermi a pensarci la guasti: e cioè che se a farci del male il più delle volte sono quelli che amiamo, allora dovremmo metterci a far del bene a chi ci detesta. e a ben guardare è questa la rivoluzione definitiva, quella che non muove un passo in nessuna direzione, quella che è in atto da quando esiste la nostra specie, quella che ammette che l'uomo è arrivato, e da quel momento più di tanto lontano non può arrivare e più di tanto uomo non può essere, e deve farla finita di scassare i coglioni.
come a dire: ma secondo te cosa c'è oltre l'universo?
oltre l'universo non c'è niente che possa minimamente interessarti.

lunedì 24 agosto 2009

Tempi Miti


per le vetrine estatiche della biblioteca, dal di dentro, è plausibile che lo sguardo guizzi sui tetti di Sparigi, ratto più di cento gatti neri neri, in cerca, se non altro, della ragione. dapprima la ragione tenera, quella fallibile di confondersi col panico, cioè a dire quando ci si sente rappresi intorno alla bocca dello stomaco.
e poi la ragione madre, madre di ogni pensiero degno di tanto nome, che è quando si passa in rassegna l'inesplicabilità degli esistenti.

ed ecco che, proprio laddove si cercava tra le sagome l'immoto -il grido inaudito di quello scintillante ed inviso cuore di gemma nera che è la certezza, impermeabile al soffio della vita o viceversa incapace di penetrare in essa- ecco, ecco che il tuono rivela uno stormo di tortore, o di rondini, che prima non c'era, che nasce da uno spavento del tutto impersonale, e che pure nello spavento poi resta solido, non si sparpaglia, non disdegna coreografie millimetriche, trasfigurando -nella curvilinea levità di qualche raro istante- l'istinto di sopravvivenza in un gesto che quasi quasi è contrario a tale istinto: l'arte.
è dunque l'arte così vicina alla vita, la vita tutta sola, quella che ha a che vedere cogli uomini quanto coi maiali e le micorrize, e i polli arrosto stesi ad asciugare, e le sale da tè e i tacchi sull'asfalto?
un altro indizio l'ebbi sulla terrazza di casa, mentre che sciorinavo intimi lavati a mano. cercavo nel cielo uno strascico di cometa, e niente.
ma la cosa più bella era il gommare lontano di mille automobili invisibili.
di colpo mi è venuto in mente un viaggio notturno in pulmann, uno qualsiasi. no, non è vero: uno in particolare, quello da edimburgo a londra, 9 anni fa.
nove anni fa.
è evidente, mi pare, che il mito sia l'anello di conigunzione tra il caso e la certezza.

martedì 4 agosto 2009

La colpa

è che mi hanno attraversato generazioni intere di amici. che dico amici: conoscenti.
sono stato un fumatore giallo, un bevitore rosso, un mangiatore nero. un nuotatore celeste, un corridore verde acqua. è che mi hanno quasi tirato dietro insulti come: ladro! ladro di notte! ladro di piccole ore vacue! figlio di una siepe! 
ladro! di luci, di odori! scarpa vecchia!
è che mi hanno offerto un bastoncino di zucchero, ed erano sconosciuti. e quant'è vero che non bisogna accettare doni dagli sconosciuti -menchemeno caramelle-, tant'è vero che la generosità degli sconosciuti merita riconoscenza.
un ladro, però, accetta doni di malgrado.
e il punto è questo: è che da anni giro attorno ad una nota, o due, o tre, massimo sette, o dodici. o più.
sono stato un musicista, lo sono stato senza colore; talento è il nome di una moneta. e il denaro è qualcosa che a farne ci vuole tanto, e a disfarsene ci vuole poco e niente. come ogni cosa, più o meno. come ogni cosa e il suo contrario.
come pulire e sporcare. come seminare e dissipare, come cucinare e mangiare. come l'amore e la guerra.
prenderei indietro la fede negli altari mesti delle case di una volta, e nei ceri, se potessi avere dodici anni e ricominciare tutto da capo. che dico dodici: quindici, diciannove, ventitré. che dico: ventinove anni di meno: zero.
se potessi riacciuffare lì da dove ho smesso di credere e gioire per certe minuscole cose.
mi viene da dire che l'uomo nasca fiore e crepi legno.
ma io voglio tornare a leccare le pagine caramellate di un catalogo di sogni, come facevo su balconi poveri estivi, tagliato in due da una ghigliottina saracena, mezzo nel sole e nel cicaleccio, l'altra metà nel fresco della stanza, alla sesta ora. quello sì che era amore.
amore, quando tutto era possibile, e tutto era vero. e la mia chitarra scassava il cazzo a tutto il paese. e una volta mi si disse persino che certi miei suoni sguaiati avevano schiattato una mucca. vidi con questi occhi il contadino che dava al fuoco quella salma, quel martire, quella prima vittima incolpevole dei miei capricci.
e se allora certi parenti larghi di bocca e spietati, dal balcone accanto, tra le lacrime m'avessero sibilato all'orecchio, nel silenzio, mi avessero sibilato, dicevo, che andava a finire così, e insomma m'avessero detto:

"bimbetto! la musica è bella, ma pensa alla vita che avanza!"

là, io mi sarei sganasciato, lo giuro, 
e avrei fatto tutto un impasto di voce ed orgoglio:

"sarò quel che voglio. la colpa è la tua, che non ci hai creduto abbastanza."

martedì 21 luglio 2009

Est eSt esT


prima che la sera tardi, prima che la notte fonda, bisognerà che il lettore medio capisca il congiuntivo.
mi hanno fatto notare che abito in un paese tranquillo, Lilas. un paese dell'est, quel tanto che basta lontano dal brusio; la mia stanza è oramai una spaziosissima soffitta e accoglientissima. è davvero un posto da scrittori, questo. un posto non da cani, non da topi, né da zanzare. un posto da leopardi, forse. con l'unzione postuma di un ottimismo erasmico, ma senza tutto quel rincoglionimento tardadolescenziale, grazie al cielo.
è un posto, allora, che fa per me, io che non sono iscritto agli scrittori e mai lo sarò, ma che ho deciso, una volta tanto, di ardire allo statuto d'artista, come tutti gli artisti fanno da che mondo è sfondo.
te lo fai scrivere sul documento, ed ecco fatto, lo sei. come me, che settimane fa -poche- all'impiegata della posta dissi: musicista. e quella lì sulla mia scheda ha scritto musicista, senza fiatare o distogliere mai lo sguardo dalla sozzura che la punta della biro sua andava lasciandosi dietro -sul foglio pocoanzi non dico bianco ma insomma quasi- in quel dissennato, sciagurato sfregamento: tant'è che per le poste francesi, se glielo chiedi, quel tale di nome beluga higuerra in Arte transfuga è nientepopodimenoché un musicista.
un musicista assurdamente privato di ogni strumento, ivi compresa quella fantasia burda e merlettosa di cui un tempo le sue meningi furono dolorosamente gonfie, come due coglioni.
insomma mi han fatto notare che c'è tutto quel che serve, nella casa e nel quartiere. e nella limitrofa città, vabbè, grazie al cazzo. e io da me ci avevo fatto caso, per carità; ma certo: se qualcuno mi è d'accordo allora tutto assume una credibilità francamente diversa.
mi hanno fatto notare che non c'è da chiedersi o da voltarsi, che non c'è da piangere o da capire un bel niente.
non ho chissà quanto tempo per certe riflessioni aride; ho più tempo, molto più tempo per qualche affondo di spensieratezza.

mercoledì 3 giugno 2009

E-stanze


ma che peccato che non siano in cinquecento, in mille, in millecinquecento a leggere le mie storie. che peccato non essere Collodi o Dante, Ovidio o Steinbeck, Kafka, Checov, Li Po, Chaucer, Esopo, Gadda, Joyce, chiunque, chiunque abbia per sé una pagina, che dico, mezza pagina, mezza fottuta pagina in una qualsiasi antologia della letteratura del cazzo.
che fatica non essere nato per questo, che strazio. che peccato che non siate un milione, due milioni, un miliardo. che vergogna non essere tradotti in novantanove lingue, non aver mai pubblicato un best seller, non aver mai pubblicato.
non è giusto non essere nati per fare gli scrittori, che diamine.
diamine: Pianigiani si rifà a Caix e vi individua una "fusione occasionata dall'usanza comune di cominciare una esclamazione con una mala parola e finire con una buona": dia(volo)+(do)mine.
ogni istanza rimanda a un'altra istanza, la domanda è una maschera su una maschera su una maschera. tolte tutte le maschere qualcosa resta, non è vero che non resta niente. c'è una domanda mitica, orientale, rozza come una clava, all'origine di tutte le domande del mondo.
e come ogni domanda, quella domanda è una risposta, una e non più d'una.
fatto si è che io creda che ogni ferita dello spirito venga dal non aver ascoltato quella domanda/risposta. si è sempre in tempo per ascoltare.
come l'altra sera, che si diceva che nella vita pre-natale noi siamo lì a scrivere quello che saremo dopo, e poi quando nasciamo abbiam perso la memoria, però nel nostro dna è scritta una storia che dobbiamo arrivare a leggere.
ecco: la vita è sempre una strada dritta, o almeno a questo segretamente aspira.
il progetto che abbiamo varato per noi stessi non è affatto semplice da riconoscere, anzi, diciamo pure che è molto difficile riconoscerlo. ma in un modo o nell'altro, prima o dopo, bene o male lo riconosciamo.
Alexander Heigen Van Klouten afferma che il dna non ha buon gioco nel compiersi perché ha da scontrarsi con le aspirazioni di miliardi di altri dna. bisogna essere d'unque cazzuti assai per far valere la propria storia sulle altre.
sono d'accordo con Van Klouten, ma credo anche che a ben pensarci la nostra storia la riconosciamo molto molto presto; e noi stessi siamo portati a complicarla per un motivo semplice: le trame prevedibili sono noiose.
adesso però ho da chiudere anche l'ultima parentesi retrograda, perché manca davvero poco alla mia spedizione e ho tante cose da fare. e mi servono due braccia così, un cervello a forma di cono d'acciaio, stomaco di cuoio, faccia come il culo.
una specie di mazinga.

domenica 24 maggio 2009

O dagli inferi, ma piove


tra l'indice e il medio c'è un altro dito, mi han detto, che è invisibile ma conta come gli altri. e se includi questo dito invisibile, che si chiama inviso, allora conti fino a sei e sei dodici. mi hanno detto anche che, pur trovandosi tra il medio e l'indice, il dito inviso va contato sempre per ultimo, perché se lo diteggi come terzo di sei -secondo l'ordine tradizionale, dal pollice al mignolo- va a finire che qualcosa non ti torna.
è curioso che questa notizia, un po' stranetta per la verità, mi giunga ora. ora che ho conferito una mezza specie di svolta razio-cinica alla mia vita, al mio blog, alla mia barba e dio solo sa a cos'altro ancora.
la notizia staordinaria sbraca il passo all'unificazione dei due principi ontologici del being human (e non già dello human being, 'ccoperché non ho utilizzato l'espressione essere umano, in cui l'infinito ha funzione nominale, mentre a me quell'essere serve in una funzione verbale che l'espressione italiana non sa restituire):
1. il pollice opponibile (di cui si occupa, diciamo, l'antropologia fisica);
2. la facoltà d'astrazione (che ha a che fare invece, per farla breve, con l'antropologia culturale).
i suddetti principi vanno d'unque tra loro a unificarsi con la scoperta dell'inviso poiché esso è al contempo φύσις e ψυχή, fenomeno e noumeno, geometria e algebra.
se il pollice è la chiave dell'opposizione e del consenso, l'indice addita, il medio sa offendere, l'anulare è testimone talora falso e il mignolo fa la pace, l'inviso è il dito che determina l'intenzionalità dei gesti. ognuna delle funzioni digitali sopradescritte può infatti essere compiuta in modo consapevole e responsabile, circostanziata e utile, oppure no.
l'inviso in buona pratica sottrae alla mano la facoltà astrattiva intesa come defunzionalizzazione del gesto, per restituirle essa facoltà nelle forme e nelle sostanze della produzione simbolica.
il che significa, molto semplicemente, che senza l'inviso la mano non sarebbe capace di produrre senso e non saprebbe generare gesti non finalizzati alla comunicazione o a qualsivoglia altra funzione utile all'evoluzione della specie umana.

giovedì 21 maggio 2009

Bay Journey


non ho davvero alcun bisogno di sentirmi ridicolo.
certe volte pare sia quasi inevitabile. ma non è mai utile, fidati.
ci si rende ridicoli quando si è costretti a dimostrare qualcosa. ma ci sono due precisazioni da fare: in primo luogo, ci si costringe quasi sempre da soli a dover dimostrare qualcosa; secondo, molto spesso la costrizione e il gesto che la incarna si instaurano nel giro di pochissimi istanti d'orologio, nell'arco di un tempo impossibile da gestire, nel mezzo di un gorgo di segnali per niente facili da decifrare. ed ecco che "qualcosa" fa sì che gli occhi siano su di noi, tutti, fissi, e ciascuno sguardo s'accompagna ad un paio d'orecchie, ad una bocca tesa in un sorriso innaturale, ad un'espressione via via più imbarazzata di fronte alla nostra figura loffia.
ma è peggio, molto peggio, quando noi solo siamo testimoni del nostro ridicolo, noi e nessun altro.
quando il desiderio di rivalsa ci abbaglia e ci coglie un tremore alle mani, quando vogliamo conquistare e invece aggrediamo o ammicchiamo con troppa veemenza, quando ostentiamo indifferenza ma ci bolle il sangue, quando improvvisamente una forza misteriosa e fugace ci mette in bocca una barzelletta o un aneddoto da raccontare, dileguandosi subito dopo (la forza) tra gli alberi, tra gli alberi lontano.
per chi conserva una dose d'autostima, sentirsi ridicolo è un segnale che c'è qualcosa da fare, qualcosa di molto semplice da fare: tornare ad essere presenti. chi è ridicolo è assente, di lui si ride alle spalle, in volto gli si mostra solo un velo di pietà solidale, di comprensione pallida.

sono stato ridicolo tutte le volte in cui non ho saputo imporre le mie esigenze, è molto semplice. sono stato ridicolo a me stesso quando ho permesso che l'arroganza e l'ingiustizia mi calcassero il tacco nella gola, quando non ho avuto la prontezza di dire: vaffanculo.
senza esclamativo.
sono stato ridicolo quando ho pensato di fare tutto da solo.
lo sono stato quando non ho voluto farcela da solo.
sono stato ridicolo quando c'era di che andare via e sono rimasto, quando era meglio restare e sono andato via, quando avrei dovuto trattenermi lontano e invece sono tornato.
sono stato ridicolo quando ho tentato di trasformare la nausea in piacere, quando ho spiato, quando ho sperato.

ed eccomi presente, a disperare, a capire che la nausea è la nausea e il piacere non ha niente a che fare con la nausea, eccomi coerente, eccomi capace di chiedere aiuto, eccomi dire vaffanculo.
eccomi ripudiare, eccomi vomitare, se è necessario. eccomi credere e affermare potentissimamente che la felicità è un dovere, e che mi viene da piangere quando vedo un uomo solo che mangia una pizzetta scaldata in un bar, la sera; e mi viene da piangere non perché immagino la sua infelicità, ma al contrario, perché a ben guardare non c'è niente di infelice nel fatto di non avere niente da raccontare e nessuno con cui condividere l'assalto improvviso della fame, della sete, del sonno, di ogni bisogno primario.
è infelice non avere la forza di esprimersi.

eccomi parlare come un adolescente maledetto, mucciniano, eccomi spremere ogni brufolo con gran dispiego di poltiglie chiare, tra il bianco e il giallo.
eccomi dire che sono esausto di inesprimermi.

i sogni sanno dettarci in un istante circostanze e situazioni complesse, e convincerci che quelle circostanze e quelle situazioni siano perfettamente plausibili, accettabili e financo reali, persino quando ci accorgiamo perfettamente di essere immersi in un semplice sogno.
mi chiedo come mai da svegli ci voglia così tanto a capire cosa stia accadendo.

martedì 19 maggio 2009

Domande mal poste

oggi mi hanno detto grossomodo che la mia scrittura s'è arenata, che mi censuro un po'.
dev'essere vero, com'è vero che la censura interviene proprio laddove si intravede un pensiero pericoloso. un pensiero pericoloso in tanti casi significa un pensiero utile, suscettibile di piacere a molti.
hai visto mai che mi censuro, dunque, per paura di piacermi troppo?
al di là della cazzata che ho appena detto, vorrei provare a scrivere davvero di getto, senza pesare troppo le parole.
e quel "pesare" che ho scritto poco avanti è un lapsus, avrei scritto "pensare", con una N tra la E e la S. ma è andata così.
più di una volta ho pensato (aridaje) che se la mia scrittura arranca è perché mi fermo a rileggermi, e mi incastro in un moto spiroide, scomposto, come una brutta frattura.
scrivere senza censura non significa per forza produrre una serie di volgarità gratuite. il pensiero utile non è volgare e non è gratuito, eppure procede senza inibizione. è così che vorrei pensare: senza pesare.
procedere senza arretrare è l'unico modo che conosca per diventare adulti. così mi dissero una volta: si diventa adulti non già quando ci si sposa o si va a vivere da soli, ma quando sottoponiamo simili questioni ad un vaglio serio e responsabile, sottraendole di forza al dominio dell'idea e dell'aspirazione.
aggiungerei che si diventa adulti quando tocca stare svegli la notte per trarsi fuori da una tasca vuota, o da un cuore nero, coincidenza retrattiva per appassionati dell'insignificato. già, perché nera è semmai la picca, che appare come un cuore rovesciato e munito di gambo, quasi una specie di foglia.
andare avanti significa ahimé perdere anche il filo, non di rado. tirare su un discorso che non tenga conto del passato mnemonico, ma di quello corporeo.
lo so che non mi spiego bene, ma non ha alcuna importanza, perché ciascuna delle parole che scrivo è dimentica della precedente precedente, è dimentica della

il corpo ci dice che fare è più semplice che dire, il dire ci riempie la bocca di stupide ipotesi e indicativi futuri, il fare predilige inaspettatamente il passato prossimo, e ci si ritrova già fatti senza aver avuto il tempo di dire A.
questo è adulto, svegliarsi una mattina senza avere in testa lo straccio di un'idea, svegliarsi e andare.
può sembrare idiota ma non lo è.

pregherò il cielo di asciugarmi da quest'insonnia avida, che mi vincola ancora alla dea Idea, come fosse qualcosa che si può mangiare, toccare e quant'altro. e invece adulto è animale, è sapere esattamente cosa e non chiedersi come nemmeno per un istante. è trarsi fuori da una tasca vuota senza fiatare, senza chiamare qualcuno in nostro aiuto, senza rompere i coglioni, in sostanza.

e già che ci sono inizia a piacermi questa cosa dello scrivere senza specchietti retrovisori, o specchietti per allodole e altri uccelli. perché adulto è anche decidere di ribaltare l'universo una volta per tutte, e credere che andrà bene, perché male non può andare, una volta appurato che prima o dopo tutto quanto in qualche modo ineluttabilmente finisce.

per non dire del fatto che ciascuno di noi può testimoniare di essere vivo, ma ad oggi nessuna fonte autorevole ha riferito mai di qualcuno che dicesse in prima persona "io sono morto" se non in senso traslato o in previsione di un qualcosa che ovviamente non s'era avverato ancora al momento della dichiarazione.
tant'è che tutti possiamo dire che la vita è, e quindi sarebbe il caso di viverla fuori dall'angoscia del perché, immersi finalmente in un mondo di fatti e misfatti, di affermazioni e negazioni, di io e di te, senza cercare risposte.

e se mai ammettessimo domande e risposte, teniamo a mente che non esistono risposte sbagliate, esistono solo domande mal poste.